giovedì 30 dicembre 2010

“Rapallo, Giorgio Bocca e il gossip” Cronache della Rapallizzazione


Subito una premessa:
Il fenomeno “rapallizzazione” è tuttora presente nella memoria delle persone…il giornale La Stampa del 24 agosto 2010 vi ha dedicato un’intera pagina con il seguente titolo: “1960-2010 Cinquant’anni di vacanza, il gioiello che resiste al cemento”; ancora, nel mese di novembre 2010 a Rapallo si è svolto un workshop proprio sul tema della “rapallizzazione” dal quale è emersa la tendenza ad eliminare l’accezione negativa al neologismo.
Si è tentato di cancellare il ricordo negativo con la semplice considerazione che “anche la scoperta del petrolio ha prodotto effetti contrastanti tra loro…!”. Ma non è tutto così semplice e vedremo perché, in questo viaggio con tre tappe di storia e riflessione che stiamo per iniziare.
La prima parte di questo percorso nasce, possiamo dire, casualmente, le altre due di conseguenza:

Prima tappa:
Accadde che dallo sfondo di una lite di famiglia e dalle osservazioni superficiali di un giudice, il boom edilizio passasse da fatto censurabile a vero e proprio scandalo. Ecco in breve il fatto: nell’anteguerra venne chiesta all’autorità comunale di Rapallo l’autorizzazione all’innalzamento di un piano per un edificio, che venne concessa. Intervenne tuttavia un dissenso nell’ambito della famiglia proprietaria dell’immobile in questione, arrivando alle vie legali come spesso capita anche nelle migliori famiglie. Bisogna dire che allora, e anche subito dopo la guerra, l’iter burocratico delle pratiche edilizie era davvero semplice: una domanda corredata da un progetto elementare, per non dire generico, e comunque senza troppi particolari. Evidentemente la cosa risultò assai ingarbugliata, e il giudice in questione ebbe a rilevare una certa carenza tra i documenti che costituivano la pratica definendola impropriamente “disordine amministrativo”. Per chi volle mettere questo giudizio sul piano della politica l’occasione fu veramente ghiotta, benché il giudice precisasse a posteriori che per disordine amministrativo intendesse dire carenza delle carte e non già mancanze nel comportamento dell’amministrazione comunale. I legali delle parti in contesa fecero botta e risposta anche a mezzo di manifesti affissi in città, arrivando addirittura a essere ascoltati in consiglio comunale e alimentando così lo scandalo. Si aprì così la strada verso la Rapallizzazione speculando sulla debolezza del giudizio dato dal magistrato.

Seconda tappa:
Nel Dopoguerra, quando iniziò la ripresa delle attività economiche e quindi della vita turistica, i rotocalchi settimanali e i giornali quotidiani erano soliti mandare, soprattutto durante la stagione estiva, i loro inviati nei centri di vacanza in cerca di quello che oggi noi chiamiamo “gossip” che allora era materiale per i così detti “articoli di colore”. Gli enti locali, specialmente le aziende autonome di soggiorno, gradivano molto la visita di questi inviati, ai quali riservavano generosa accoglienza e calorosa ospitalità.
Avvenne dunque che oltre cinquant’anni fa scese a Rapallo in tale veste niente po’ po’ di meno che Giorgio Bocca per conto de “Il Giorno”. Egli arrivò presso l’ente dove ben si sapeva (o si sarebbe dovuto sapere) tutto della vita turistica rapallese, della quantità, risultante dalle statistiche in loro possesso, della qualità e della provenienza, rilevabile allora tramite gli hotel, degli ospiti più importanti (i quali naturalmente si erano raccomandati del massimo riserbo…).
Quella volta l’articolo di Giorgio Bocca non si soffermò, come facevano tutti i suoi colleghi, sul “gossip rapallese”, in quanto le persone da lui intervistate, pare proprio addetti alla stessa azienda autonoma turistica di soggiorno, offrirono al pepato taccuino del giornalista le statistiche del cosiddetto boom edilizio condito dalla loro dichiarata antipatia verso gli stessi imprenditori edili.
Il sentimento di odio contro la spregiudicata attività dei costruttori nasceva dal rimpianto verso l’antico borgo di pescatori: come i cacciabombardieri della Luftwaffe avevano operato la distruzione della città industriale inglese di Coventry ,per la quale Mussolini aveva coniato il verbo “coventrizzare”, così gli imprenditori avevano cancellato l’antica Rapallo per dare il via a una smodata costruzione edilizia, per la quale Bocca coniò il termine di “rapallizzazione”. Si traeva così il parallelo tra due effetti negativi dell’agire umano: coventrizzare come rapallizzare.

Terza tappa:
Anche in questa vicenda il virus della faziosità italiana dilagò: chi sosteneva che l’edilizia portasse lavoro e chi sosteneva che guastasse l’equilibrio del centro urbano e il paesaggio.
Nel mezzo stavano i moderati: si può costruire, ma si badi ad un’urbanistica non caotica e possibilmente senza eccessi, nel rispetto di regole chiare e certe che non concedano deroghe che invece, negli anni ’70 e ’80, divennero una prassi costante.
Dimostrazione di ciò furono le migliaia di sanatorie e condoni concesse dalle varie amministrazioni succedutesi. Peraltro gli amministratori civici si giustificavano dicendo che le norme edilizie esistenti risalivano ancora all’anno 1938 e non erano sufficienti a poter frenare l’ansia della volumetria, l’espandersi del cemento, lo scempio estetico.
Tutto ciò venne acuito dalla fretta e dall’ansia del guadagno cui nessuno seppe sottrarsi, nemmeno quegli impresari che riuscirono a lavorare con buongusto e buonsenso.
Le agenzie immobiliari addirittura vendevano per telefono sulla carta, offrendo affari irrinunciabili ai nuovi ricchi del nord Italia.
Secondo una balla metropolitana di quell’epoca, qualche imprenditore era solito affermare che, venduti i primi due piani dell’immobile in costruzione, (cinque piani più l’attico che spesso e volentieri si celava sotto l’eufemistica definizione di “piano arretrato”) entrasse già in guadagno.
Aggiungiamo che, qualora si ritenesse di opporre qualche diniego, l’amministrazione comunale veniva a trovarsi puntualmente soccombente di fronte ai ricorsi che allora venivano pronunciati nelle sedi romane (Direzione Generale Urbanistica – Ministero dei Lavori Pubblici – Consiglio di Stato); forse oggi, davanti a giudici in sede locale, quale il TAR, che possono a venire a conoscenza delle situazione e dei fatti de visu, l’amministrazione comunale avrebbe forse ottenuto qualche risultato in più.
La realtà di allora diceva che gli strumenti di difesa erano veramente deboli. Purtroppo!
Dobbiamo constatare anche che il comune di Rapallo si era dotato sollecitamente di un piano regolatore e di un nuovo regolamento edilizio entrati in vigore nel 1958 (qualche nome: il concorso per il PRG era stato indetto dall’amministrazione Grasso, mentre le norme esecutive del piano furono redatte dalla successiva amministrazione Turpini del ’56-’61).
Sta di fatto che il maggior volume di quello che è stato definito incremento edilizio fu realizzato successivamente agli anni ’60.
Il fatto negativo era quindi la mancanza di una cultura urbanistica, peraltro non solo a Rapallo, ma anche in altri centri della riviera ligure, con la differenza che questi non conobbero Giorgio Bocca oppure, se ci stessimo sbagliando, certamente lo ricevettero in modo più accorto facendo in modo che a rispondere alle sue domande non fossero persone mosse dall’invidia nei confronti dei guadagni degli “speculatori” edilizi.
Si assistette quindi ad un’impari lotta: da una parte l’esercito forte ed agguerrito degli imprenditori, delle classi lavoratrici, degli operatori del cosiddetto indotto, dei proprietari terrieri che avevano scoperto l’allettante strada del facile guadagno; dall’altra parte una classe politico-amministrativa, priva – per così dire- di addestramento e di consapevolezza, che dovette affrontare situazioni e compiti superiori ai propri mezzi.

Epilogo:
I tempi di oggi ci insegnano con cadenza pressoché quotidiana che ogni occasione è buona per attaccare l’avversario, il concorrente o anche l’amico. Fu così che prima il diverbio familiare, poi l’articolo di Bocca, anche se nulla avessero a che fare con l’edilizia in divenire, furono buona occasione per accendere la miccia che trovò una prima esplosione nella pubblicazione del libro bianco “Per una Rapallo degli anni ‘70”, sottoscritto da una decina di attivisti politici locali, alcuni sulla breccia da molti anni, altri emergenti. In esso erano contenute dure critiche all’amministrazione comunale, principalmente rivolte al sindaco di allora; queste stesse critiche, insieme ai riflessi della lite familiare cui abbiamo accennato, fecero sì che venisse istituita una commissione d’indagine o d’inchiesta sull’attività edilizia del comune di Rapallo.
L’attività venne così a subire una decisa frenata, mentre gli uffici tecnico-urbanistici risultarono pressoché blindati. La commissione risultò formata da rappresentati del consiglio comunale e da importanti professionisti con qualche nuance partitico-politica; il lavoro della commissione durò mesi, senza che potesse però essere accertato alcunché di gravemente illecito. Ma in consiglio comunale si poté giungere ad un’espressione di sfiducia verso la giunta (vero obbiettivo), proprio perché alla maggioranza vennero a mancare i voti dei consiglieri sottoscrittori del libro bianco. Ci fermiamo qui.

Riflessioni finali:
Abbiamo ormai certamente appurato e compreso che le diverse amministrazioni, dal 1951 in poi fino allo stop imposto dalla commissione d’inchiesta, hanno dovuto subire la Rapallizzazione più che esserne i fautori ed attori, per il semplice fatto che le stesse erano pressoché prive di normative atte a regolamentare l’urbanizzazione; inoltre la famosa commissione d’inchiesta non ha potuto appurare né stigmatizzare né far condannare atti illeciti da parte degli stessi amministratori, e questo è un bene! Alcune domande tuttavia ci sorgono spontanee: Quale idea di Rapallo avevano gli amministratori, quali obbiettivi volevano raggiungere per il comune di Rapallo, dove volevano, inoltre, portare Rapallo nell’ambito delle più importanti località climatico-turistiche dell’intero Paese, quale importanza diedero, infine, al raggiungimento di un bene valido per tutti i cittadini di Rapallo?
Diciamo che le risposte sarebbero alquanto deficitarie per il passato, ma per il presente e per il futuro le attuali e future amministrazioni sono e saranno chiamate a compiere una sorta di riscatto dal retaggio lasciato da Giorgio Bocca! Questo passaggio può e potrà avvenire imparando ad utilizzare quella forma di amministrazione che punti sulle persone e sulla sussidiarietà ,aiutando non il potere né l'uomo egoista, ma l'uomo che cerca di soddisfare un desiderio di verità e giustizia e bellezza. Allora il problema non sarà più massimizzare a tutti i costi un consumo in termini quantitativi ma vivere in un modo equilibrato.Cioè aiutare ad avere un ideale, fare una famiglia, costruire un'impresa dove la gente possa lavorare per un lungo periodo, occuparsi degli altri. Grazie a questo nuovo atteggiamento si modificano i consumi delle persone, perché l'uomo che ha un ideale li usa in funzione di se stesso non semplicemente per avere sempre di più. Vi sembra poco?

giovedì 16 dicembre 2010

2010: Odissea nel Natale

Non avete letto il titolo del sequel del famoso film diretto dal Stanley Kubrik , nato dalla collaborazione con lo scrittore Arthur C. Clarke, che resta tuttora il film più famoso tra le numerose produzioni cinematografiche di fantascienza. Avete letto quanto sta accadendo da tempo in giro per il mondo allo scopo di trasformare, se non eliminare, questo giorno che ricorda la nascita di Dio in mezzo agli uomini per mezzo di una donna: una nascita è un fatto concreto che tutte le donne cui è successo ricordano per la gioia e per il dolore che accompagnano questo momento, oggi come 2000 anni fa. Forse è proprio questa concretezza che infastidisce oggi chi vorrebbe far sparire il Natale.

Una riflessione: è strano che nella società odierna la parola nascita venga ormai associata solo alla parola salute anziché alla parola esperienza e quindi al valore di avere vicino chi, in quella esperienza, c’è già stata e ti sa accompagnare per arrivare invece all'anestetizzare questo momento. Allora come si ha la tendenza di "narcotizzare" il dolore che accompagna una nascita , altrettanto viene fatto con il Natale inteso come venuta di Dio in mezzo agli uomini. Un fatto come tutti i fatti a sua volta certo, concreto e reale, non un ideologia, una concezione di vita e del mondo, una filosofia o una teoria, solo un fatto, anzi il Fatto. L'ultimo attacco al natale si è verificato naturalmente in Italia:

"Cari genitori, desideriamo informarvi che, considerato l'elevato numero di bambini stranieri presenti presso la nostra struttura, quest'anno il Natale non avrà luogo. Questo, più o meno, il tenore della lettera inviata alle 175 famiglie dei bimbi che frequentano la scuola materna comunale di via Forze Armate a Milano." Lettera alla quale molti genitori si sono opposti con intelligenza accusando la scelta di ipocrisia natalizia:una delle mamme che alle tradizionali canzoni di Natale cantate dai piccini non vuole rinunciare, sottolinea che questa potrebbe essere un'ottima occasione di integrazione: "La presenza degli stranieri non è un buon motivo per non fare la festa, e Natale anzi può essere un momento di incontro per le famiglie di ogni cultura e religione".

Ma questo è solo l'ultimo in ordine di tempo di tanti episodi analoghi nei quali il Natale è diventato la festa dell'Inverno o degli Alberi...con l'obiettivo di cancellare Dio dalla vita degli uomini. Perchè mai?

martedì 14 dicembre 2010

Il tema della coscienza invocato dai nostri parlamentari per dare o non dare la fiducia al Premier

Le tue modifiche sono state salvate.

Mancano poche ore al momento finale della resa dei conti tra Fini e Berlusconi: perché di questo stiamo parlando, non di un giudizio politico. Questa la prima chiarezza! Sui giornali delle settimane scorse abbiamo letto dei diversi ed originali travagli che porteranno al parto del voto di fiducia o no di oggi. Stamane, sempre sui quotidiani, il percorso verso la decisione dei votanti era segnato da due peculiarità: il delirio più o meno manifestato e il richiamo alla coscienza. Fermiamoci su questo secondo aspetto. Molti parlamentari hanno dichiarato di volersi appellare alla propria coscienza fino a qualche minuto prima di essere chiamati ad esprimere la fiducia o la sfiducia, andando anche davanti ad uno specchio per guardarsi bene in faccia... Come se la coscienza risiedesse al di fuori di sè forse proprio nell'immagine riflessa. Cari rappresentanti del popolo perchè tali siete, vorrei dirvi che il primo segno della maturità del proprio ruolo è la consapevolezza e la coscienza del proprio essere. Ciò dipende dalla consapevolezza della propria ontologia, ovvero chi sei, da dove vieni e dove vai. Fini e Berlusconi non c'entrano! Ci mancherebbe!

La prima conseguenza è che ognuno tenderà a fare secondo quello che la propria coscienza vede. Ciò significa che il giudizio parte dalla realtà che mi circonda ovvero da che cosa e per che cosa è fatta la realtà. Allora non è un mio progetto che perseguo, ma è la mia risposta al perché in fondo vale la pena vivere.

La conseguenza più importante è la capacità di assumersi responsabilità nell'ambito della comunità. E' ricercare infine di fare il meglio per il bene di tutti.

Spero che la coscienza cui si stanno appellando i rappresentanti del popolo tenga conto di questi aspetti per esprimere finalmente un vero giudizio politico.

domenica 12 dicembre 2010

La politica come forma esigente di carità

Ieri sera a Rapallo su invito di un gruppo di amici ha colloquiato con i presenti all'Auditorium delle Clarisse, Margherita Coletta, una delle vedove di Nasiriah. E' stata una serata speciale, una di quelle serate che non dimentichi mai più, uno di quei momenti che le persone presenti riporranno nello scrigno delle parole preziose della propria vita, uno di quegli incontri che potrebbero cambiarti la vita.

Sto parlando di una donna che ha placato il rumore assordante dell'esplosivo che gli ha portato via l'amato marito Giuseppe con l'intensità delle parole di Amore che ha detto.

Ha parlato delle cose cose che sta costruendo, dei fatti che sta realizzando con una semplicità ed una profondità che ha fatto nascere in molti, certamente in me, il desiderio di imitarla o quanto meno di aiutarla. Questo il primo esito della serata con Margherita, il secondo esito che vorrei sottolineare all'interno di questa pagina dedicata alla politica è che Margherita, forse inizialmente senza capirlo, è dal 12 novembre 2003 che "collabora" con Dio, il quale ha dato potere agli uomini perché lavorino alla Sua creazione attraverso l’impegno nell’ambito dei propri talenti, della propria famiglia, della società, fino a quella «forma esigente di carità» – come la definiva Paolo VI – che è la politica.

Nella vita di Margherita non di certo la politica del palazzo, ma la politica di chi è in grado di svolgere una funzione sociale e di soddisfare dei bisogni. Ovunque essi siano. Questo modo di agire politicamente si chiama la politica della sussidiarietà, vorrei dire la sussidiarietà di Margherita, o ancora l'amore di Margherita alle persone, tutte! anche quelle che le hanno portato via Giuseppe.

sabato 4 dicembre 2010

Perché la Pubblica Amministrazione può e deve tornare a fare il suo lavoro!!!

La situazione economico-finanziaria barcolla, è sotto gli occhi di tutti, ma per fortuna il tessuto italiano per il momento “regge” alla crisi, affondando la stabilità nelle sue radici e tradizioni. Per di più ci si mette una politica incapace di guardare oltre se stessa, non serve avere od organizzare posizioni più o meno di potere o di amministrazione, occorre avere uno sguardo di prospettiva rispetto alle operazioni concrete che si possono realizzare e ancor di più avere una visione di orizzonte per lo sviluppo del paese.
Questo significa investire! Non solo e non necessariamente in senso economico, soprattutto in momenti come questo in cui le risorse scarseggiano, ma occorre investire sulla capacità di ciascuno, capacità imprenditoriale che, laddove fa fatica ad emergere, occorre sostenerla!
La capacità imprenditoriale non si può dare per scontata, è importante una educazione imprenditoriale (Imprenditori non si nasce). Da questo punto di vista, in un’epoca di rivoluzioni come quella attuale, essere imprenditori non significa solo avere la propria impresa o azienda, ma significa avere una concezione della società diversa, allora anche la Pubblica Amministrazione può intervenire nella società in questa logica, tenendo sempre ben presente che le risorse, economiche e non, fanno parte del patrimonio della collettività, ma non per questo deve rinunciare a trovare soluzioni anche innovative per realizzare servizi, infrastrutture, sostenere la capacità del tessuto produttivo e valorizzare tutto ciò che dalla società emerge.
Realizzazare infrastrutture è uno dei  più importanti “compiti” che una pubblica amministrazione deve perseguire proprio per creare le condizioni logistiche e di serena vivibilità di un territorio perché il tessuto sociale possa emergere, proporre ed attuare opere a servizio degli uomini.

giovedì 2 dicembre 2010

38 Milioni di Euro per il Depuratore, quanti per il quartiere di via Betti?

L’affermazione che nel dopoguerra  siano state decise a Rapallo due grandi opere, una da finire (l’Ospedale) e una ancora da incominciare (il depuratore) - solo due oserei dire, dato che  non mi viene in mente la terza - costituisce un giudizio politico pesantissimo, espresso dell’attuale  maggioranza, su tutti i governi che si sono avvicendati alla guida del Comune
Tuttavia l’intervento del Consigliere Tosi, effettuato con l’obiettivo di cavalcare la protesta e in una chiara ottica pre-elettorale un merito ce l’ha: quello di avere finalmente  spinto l’Amministrazione a comunicare chiaramente a tutta la città le ragioni della scelta di Via Betti come sede del Nuovo Depuratore.
Declinare in maniera efficace le motivazioni che ispirano le scelte è la condizione per un sereno dibattito nell’interesse comune e la premessa per superare la logica del muro contro muro che si crea (a Rapallo come altrove) ogni qual volta si prova a fare qualcosa di nuovo.
In assenza di tale chiarezza  la politica si riduce a incomprensibili scontri  tra gruppi di potere, A Rapallo ad esempio, è chiaro che non vi sono reali divergenze ideologiche e culturali tra i protagonisti dal dopoguerra e che da allora la fanno da padrona  i conflitti  personali intorno ai quali si raggruppano i vari schieramenti, con il bel risultato  sotto gli occhi di tutti  del decadimento della città.
Tornando al depuratore di Via Betti è innegabile che essendo un opera a servizio dell’intero Comune di Rapallo  costituisce una  servitù per il quartiere non  solo per i disagi costruttivi ma per eventuali emissioni anche semplicemente dovute a malfunzionamenti o ritardi nello smaltimento dei fanghi. Ammesso (e pure concesso) che “per ragioni economiche e logistiche”,  non vi siano alternative, non è opportuno mettere nel piatto del quartiere qualche contropartita?
Pier Luigi Medone

martedì 30 novembre 2010

Una riforma da difendere di F. Giavazzi (Corriere della Sera)

"Del valore dei laureati unico giudice è il cliente; questi sia libero di rivolgersi, se a lui così piaccia, al geometra invece che all'ingegnere, e libero di fare meno di ambedue se i loro servigi non gli paiano di valore uguale alle tariffe scritte in decreti che creano solo monopoli e privilegi". (Luigi Einaudi, La libertà della scuola, 1953).

Il ministro Gelmini non ha il coraggio di Luigi Einaudi, non ha proposto di abolire il valore legale dei titoli di studio. Né la sua legge fa cadere il vincolo che impedisce alle università di determinare liberamente le proprie rette, neppure se le maggiori entrate fossero interamente devolute al finanziamento di borse di studio, cioè ad «avvicinare i punti di partenza» (Einaudi, Lezioni di politica sociale, 1944). Né ha avuto il coraggio di separare medicina dalle altre facoltà, creando istituti simili a ciò che sono i politecnici per la facoltà di ingegneria. Perché a quella separazione si oppongono con forza i medici che grazie al loro numero oggi dominano le università e riescono a trasferire su altre facoltà i loro costi.

Ma chi, nella maggioranza o nell'opposizione, con la sola eccezione del Partito Radicale, oggi appoggerebbe queste tre proposte? La realtà è che la legge Gelmini è il meglio che oggi si possa ottenere data la cultura della nostra classe politica.

Il risultato, nonostante tutto, non è poca cosa. La legge abolisce i concorsi, prima fonte di corruzione delle nostre università. Crea una nuova figura di giovani docenti «in prova per sei anni», e confermati professori solo se in quegli anni raggiungano risultati positivi nell'insegnamento e nella ricerca. Chi grida allo scandalo sostenendo che questo significa accentuare la «precarizzazione» dell'università dimostra di non conoscere come funzionano le università nel resto del mondo. Peggio: pone una pietra tombale sul futuro di molti giovani, il cui posto potrebbe essere occupato per quarant'anni da una persona che si è dimostrata inadatta alla ricerca.

«Non si fanno le nozze con i fichi secchi», è la critica più diffusa. Nel 2007-08 il finanziamento dello Stato alle università era di 7 miliardi l'anno. Il ministro dell'Economia lo aveva ridotto, per il 2011, di un miliardo. Poi, di fronte alla mobilitazione di studenti, ricercatori, opinione pubblica e alle proteste del ministro Gelmini, Tremonti ha dovuto fare un passo indietro: i fondi sono 7,2 miliardi nel 2010, 6,9 nel 2011, gli stessi di tre anni fa. «La legge tradisce i giovani che oggi lavorano nell'università, non dando loro alcuna prospettiva». Purtroppo ne dà fin troppe. Per ogni dieci nuovi posti che si apriranno, solo due sono riservati a giovani ricercatori che nell'università non hanno ancora avuto la fortuna di entrare: gli altri sono destinati a promozioni di chi già c'è.

La legge innova la governance delle università: limita l'autoreferenzialità dei professori prevedendo la presenza di non accademici nei consigli di amministrazione (seppure il ministro non abbia avuto la forza di accentuare la «terzietà» del cda impedendo che il rettore presieda, al tempo stesso, l'ateneo e il suo cda). Per la prima volta prevede che i fondi pubblici alle università siano modulati in funzione dei risultati.

La valutazione è l'unico modo per non sprecare risorse, per consentirci di risalire nelle graduatorie mondiali e fornire agli studenti un'istruzione migliore. Per questo l'Anvur, l'Agenzia per la valutazione degli atenei, è il vero perno della riforma. Purtroppo il ministro Mussi, che nel precedente governo la creò, ne scrisse un regolamento incoerente con la legge. Fu bocciato dal Consiglio di Stato e ha dovuto essere riscritto da zero con il risultato che l'Anvur parte soltanto ora.

La legge però non deve essere approvata ad ogni costo. Agli articoli ancora da discutere sono opposti (dall'opposizione, ma anche dalla Lega) emendamenti che la snaturerebbero. Uno alquanto bizzarro, dell'Udc, abroga il Comitato dei garanti per la ricerca, introdotto su richiesta del Gruppo 2003, i trenta ricercatori italiani i cui lavori hanno ottenuto il maggior numero di citazioni al mondo. La scorsa settimana Fli ha proposto che i 18 milioni che la legge finanziaria destina ad aumenti di stipendio per chi nell'università già c'è non siano riservati ai giovani, ma estesi a tutti. Così quei 18 milioni si sarebbero tradotti in venti euro al mese in più per tutti, anziché quaranta al mese per i giovani. Fortunatamente quell'emendamento non è passato. Ma altri sono in agguato, tra cui alcuni che introducono ope legis di vario tipo. Se passassero, meglio ritirare la legge.

Il Pd ha annunciato che voterà contro. Davvero Bersani pensa che se vincesse le elezioni riuscirebbe a far approvare una legge migliore? Migliore forse per chi nell'università ha avuto la fortuna di riuscire a entrare. Dubito per chi ne è fuori nonostante spesso nella ricerca abbia ottenuto risultati più significativi di chi è dentro.

venerdì 26 novembre 2010

Lo strano rapporto tra la Merkel e l’Europa

Buttati giù, ti prendo io, dice il padre alla bambina affacciata al balcone, impara a fidarti. La bambina esita, ha paura, ma il sorriso del genitore la convince. Chiude gli occhi e si butta, ma il padre si tira indietro. Impara in realtà a non fidarti mai di nessuno, le grida mentre si rialza dolorante e ferita nell’anima ancora più che nel corpo. Odiami pure, se vuoi, un giorno mi ringrazierai.

Negli Stati Uniti, dove i genitori deboli mandano i figli in vacanza nei boot camps perché imparino la disciplina, il dibattito sul tough love, l’amore duro, è vivace e continuo. Ci sono studi che dimostrano che i figli tirati su con regole dure diventano adulti sicuri di sé e in buoni rapporti con il mondo e ci sono studi che dimostrano il contrario, ovvero che l’educazione autoritaria risulta in frustrazione, aggressività e risentimento.Sul confine sottile tra l’amore duro costruttivo e quello distruttivo si muove Angela Merkel con i deboli dell’Europa. La sua voglia di impartire severe lezioni alle cicale lazzarone che hanno sfruttato l’euro per indebitarsi a tassi bassi e gozzovigliare, alle banche che fanno i soldi sui titoli dei lazzaroni contando su un rimborso alla pari e adesso perfino alle vedove e agli orfani che dal 2013 (o dal 2011 secondo una bozza fatta circolare ad arte) dovranno venire anch’essi puniti per avere finanziato i loro governi viene giustificata con la necessità di salvare l’euro e l’Europa.Più la Merkel alza il tiro, più la speculazione attacca l’euro e i debitori deboli. Più danni fa la speculazione, più la Merkel ribadisce con toni profetici la necessità di imbavagliare gli Spekulanten, che a loro volta brindano ogni volta che la Merkel apre bocca e riprendono i loro attacchi.

Come si vede non è chiaro se siano speculatori i compratori e detentori di titoli pubblici o, al contrario, se lo siano quelli che li vendono allo scoperto. Viene da pensare che la Merkel, cresciuta nella Ddr, non abbia ben chiaro come funzionano il capitalismo e i mercati.Die Partei hat immer Recht (il partito ha sempre ragione) era l’inno della Sed di Ulbricht e Honecker e sembra quasi di sentirne le note sullo sfondo quando la Merkel, che da giovane l’avrà cantato mille volte, grida che i politici prevarranno a tutti i costi sui mercati. E’ facile, per occhi e orecchie anglosassoni, scambiarla per un dinosauro scampato miracolosamente all’estinzione.Non è così. La Merkel è una donna di grande intelligenza e di eccezionale abilità politica. Ha puntualmente schiacciato e messo da parte tutti quelli che l’avevano sottovalutata e anche colui che l’aveva scoperta e valorizzata, Helmut Kohl. In quello che sta facendo c’è una logica di interesse nazionale e, ancora di più, di sopravvivenza politica personale.La logica di interesse nazionale è sempre quella. La Germania, direbbero gli inglesi, vuole riuscire contemporaneamente a mangiare il dolce e a conservarlo. Vuole un’Europa a sua immagine e che costi poco. Accetta volentieri un euro forte quando le sue esportazioni vanno bene, ma non esita a volerlo debole quando la sua industria ristagna. Ritiene antropologicamente irrecuperabili alla virtù i paesi mediterranei ma ha fiducia nella propria capacità di contenerne le pulsioni verso il vizio.La Merkel non ha nessuna intenzione di abbandonare il progetto europeo e l’euro. Non intende espellere nessuno. Se succedesse lo considererebbe una sconfitta. E’ disponibile al salvataggio dei paesi in difficoltà, ma a condizione che si sottopongano a penitenze molto dure. E’ significativo che l’Uomo Nero dei paesi in crisi, il Fondo Monetario, si sia prodigato per attenuare i tagli richiesti dalla Merkel all’Irlanda.Rimaniamo convinti del fatto che l’euro vivrà finche lo vorrà la Germania e finirà quando la Germania non lo vorrà più. Al momento non ci sono forze politiche tedesche che reclamino il ripristino del marco. Uno spazio politico potenzialmente significativo, quello dell’antieuropeismo, continua a essere lasciato vuoto. Gli strateghi della Cdu sono attentissimi a evitare la nascita di movimenti di questo tipo. Il tentativo di Sarrazin di costituire una forza alla destra della Cdu che non sia nostalgica del nazionalsocialismo non sta dando i frutti sperati anche perché la Merkel copre contemporaneamente lo spazio dell’europeismo e della critica non distruttiva all’Europa. Se non lo facesse, allora sì che sarebbero guai seri per il progetto europeo.

Gli altri partiti attaccano la Merkel non in quanto troppo filoeuropea ma per il motivo opposto. Sigmar Gabriel, leader della Spd, dichiara che i paesi che hanno tratto i maggiori benefici dall’euro, come la Germania, devono impegnarsi di più a favore dei paesi europei più poveri. La Linke ha una posizione analoga. Lo stesso i Verdi, un partito di sinistra ormai molto moderata che ha raggiunto le dimensioni della Spd (la Germania non è più, neanche lontanamente, un paese politicamente bipolare).La Merkel è in fortissimo recupero di consenso. Tre settimane fa il distacco nei confronti dell’opposizione era di 15 punti e sembrava irrecuperabile, oggi è di 5. I tedeschi si sentono meglio, lo dicono i sondaggi Ifo tra le imprese e lo conferma l’aumento dei consumi. Il dissenso non si orienta verso la sinistra classista ma verso i Verdi, che infatti la Merkel attacca tutti i giorni. Il recupero è sicuramente dovuto anche all’atteggiamento verso l’Europa. E’ impossibile pensare che su questo tema cambi registro.Detto questo, la Merkel vuole davvero ristrutturare i debiti pubblici di mezza Europa?Il progetto tedesco non è ancora ufficiale, ma ci si può fare un’idea andando sul sito del centro studi Bruegel e leggendo il documento sulla pagina iniziale dedicato alla ristrutturazione del debito europeo. Tra gli autori c’è Anne Krueger, che tra il 2003 e il 2004, quando era numero due del Fondo Monetario, si dedicò al progetto di coinvolgere i privati nei salvataggi, realizzato poi in pochissimi casi e silenziosamente abbandonato.Il progetto Bruegel prevede chiaramente un abbattimento del net present value del debito dei privati. In altre parole, oltre al prolungamento forzato della vita del titolo, è previsto un tasso molto più basso di quello originario se non un taglio del valore nominale.E’ interessante confrontare questo documento con quello pubblicato in settembre dal Fondo Monetario. Il titolo dello studio non potrebbe essere più chiaro (Il default nelle economie avanzate di oggi. Non necessario, non desiderabile, non probabile. A cura di C. Cottarelli et al.).Cottarelli confuta una per una tutte le ragioni che vengono solitamente avanzate per un default. Mostra in particolare come il livello dei tassi d’interesse conti molto meno dell’avanzo o disavanzo primario (quello al netto degli interessi). L’Italia, per inciso, ha quest’anno un disavanzo primario dello 0.8 per cento, contro il 6 della Francia, il 4 dell’Olanda e il 9 di Grecia, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti.Anche se i tassi salgono bruscamente, sostiene lo studio, il loro effetto sull’intero stock di debito si manifesta lentamente, dando il tempo al paese colpito di aggiustare i conti. L’Italia è tra i paesi che devono lavorare di meno per raggiungere il livello di avanzo primario che consentirebbe di stabilizzare il rapporto debito-Pil (lavorare di meno non vuol dire non lavorare affatto).Con i mercati in fibrillazione per lo spread tra Spagna e Germania salito a 240 punti base, fa un certo effetto leggere che tra i 36 paesi emergenti che negli ultimi vent’anni hanno visto il loro spread superare i 1000 punti (finora nemmeno la Grecia è arrivata a tanto) solo 7 hanno fatto effettivamente default.Alla fine, in ogni caso, per i paesi europei la scelta sarà politica. L’idea della Merkel di assicurare il salvataggio di tutto il debito in circolazione mette in sicurezza le banche tedesche e francesi. L’idea di rendereristrutturabile tutto il debito nuovo assicura il consenso interno tedesco e mette indubbiamente sotto pressione i paesi con i conti in disordine.

Forte dei consensi crescenti, la Merkel indurisce ogni giorno la sua posizione. La ristrutturabilità a partire dal 2013 dava 30 mesi ai paesi in difficoltà, ma se si inizia da gennaio l’amore duro diventa feroce. E’ probabile, in ogni caso, che l’ipotesi del 2011 sia un espediente negoziale per portare a casa con sicurezza il 2013.Chi ha titoli lunghi di paesi sotto attacco potrebbe in teoria trovarsi in una condizione privilegiata, perché per molti anni il suo investimento sarà garantito. In un contesto in cui le regole cambiano con una frequenza crescente, tuttavia, è comprensibile che il mercato si mantenga molto prudente.La vicenda europea ha sullo sfondo un quadro macro globale articolato, ma nel complesso migliore del previsto. L’Europa va piuttosto bene. L’America va molto meglio di quanto si temesse, ma la qualità della crescita sembra deteriorarsi. Occorre prestare molta attenzione alla Cina. Le banche hanno raggiunto il tetto annuale per i nuovi prestiti e il rubinetto del credito sarà quasi chiuso fino a fine anno. Vista l’inflazione in crescita, inoltre, il rubinetto avrà erogazione ridotta nei primi mesi del 2011, anche se verrà aperto più avanti nell’anno.Il quadro rimane favorevole alle borse e all’oro. Sui cambi la politica farà da padrona tanto in Europa quanto in America. Al momento gli Stati Uniti sono nel limbo dell’interregno, in attesa del nuovo Congresso in gennaio. C’è una tregua armata tra repubblicani e democratici ed è prematuro scommettere sul suo prolungamento nell’anno nuovo.Poiché l’America non fa parlare di sé, mentre l’Europa riempie le prime pagine, è comprensibile che il dollaro, contro le nostre previsioni, si stia rafforzando. I conti dell’America sono strutturalmente peggiori dei nostri, ma in questa fase è probabilmente meglio non avere scommesse aperte contro il dollaro.Quanto ai bond, chi ha visto Kill Bill di Tarantino, una storia di feroce e meticolosa vendetta, ricorderà la scena iniziale in cui Uma Thurman apre il taccuino con i cinque nomi dei personaggi da uccidere in ordinata sequenza. Nel film li ucciderà uno dopo l’altro, con metodo e creatività, segnandoli sul taccuino come casi risolti.I mercati si sono messi in testa che le cinque vittime sono nell’ordine Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia. Jim O’Neill, pur senza sposare la tesi della mattanza, ne aggiunge una sesta, la Francia. Ogni tanto i mercati ci prendono, il più delle volte no.

giovedì 25 novembre 2010

IL POTERE DEI SENZA POTERE

Il potere moderno e totalizzante tende a ridurre gli individui ad esseri indifesi, ingranaggi senza differenze in balia del significato della pubblicità, della manipolazione attraverso la televisione e di un sistema consumistico che “demoralizza”, eliminando ogni senso della responsabilità sociale. Sono parole di Vaclav Havel.Il potere dei senza potere

Come dargli torto? Quando il nostro paese è tormentato da ogni genere di problema morale, sociale o politico: spazzatura, escort, mafia e camorra, crisi finanziarie e istituzionali, ecc. il povero cittadino annichilisce. Il senso di impotenza lo attanaglia e così nasce il disimpegno, la deresponsabilizzazione. Ma, si badi bene, questo disimpegno si può esprimere anche con sdegno, denuncia o protesta. Non viviamo nell'oppressione di un regime totalitario ma in democrazia, per cui anche il dissenso è accettabile, purché si mantenga entro limiti ben determinati. Quali? Quelli che non toccano i valori funzionali dell'ideologia dominante e, soprattutto, non producono alcun vero cambiamento.

Prendiamo, la questione di “Napoli pattumiera del Nord la camorra guadagna 20 miliardi”, espressione riportata dappertutto su giornali, internet, ecc.. dopo il monologo di Roberto Saviano a “Vieni via con me”. Il messaggio, che traggo da quanto riportato dal sito http://www.ecodallecitta.it/, può essere così sintetizzato: la Campania è in ginocchio; il sottosuolo è ridotto a fango nauseabondo e pericoloso, l'agricoltura è a picco, i frutti spuntano malati, le terre diventano infertili, aumentano malattie e tumori. I fatti sono esposti con espressioni generali e assolute e accompagnati da dati inquietanti di non immediata verificabilità. Successivamente sono indicati i responsabili: le aziende del Nord che usano la Campania come secchio dell'immondizia in accordo con la criminalità organizzata; il Governo impotente che non fa nulla. Anzi, il suo capo afferma più volte, sette, la fine dell'emergenza. Dunque è un mentitore cinico che gioca con la vita delle persone che sono considerate un nulla: “Ci levano il diritto della vita, ci tolgono l'aria, e è cos 'e niente". Temo che a forza di sentircelo dire rischiamo di diventare anche noi cose 'e niente”.

Non si tratta di nascondere i problemi, che oggettivamente ci sono, ma questo modo di affrontarli non li risolve, suscita indignazione, risentimento senza mostrare alcuna via di uscita. È un modo di guardare la realtà puramente strumentale. Così alla fine prevale il senso di impotenza, cui segue il disimpegno, perfettamente funzionale al potere.

Che cosa invece può fare rinascere la speranza e quindi a dare ragione di un impegno nella società e in politica? Occorre cercare e vivere nella verità.

Havel, nel “Il potere dei senza potere” racconta il noto episodio del verduraio che un bel giorno decide di non esporre nella vetrina del negozio che gestisce il cartello con lo slogan “Proletari di tutto il mondo unitevi!”. In questo modo, egli decide di vivere nella verità e così quest'uomo apparentemente senza potere sgretola il sistema nelle fondamenta perché la manipolazione delle intenzioni autentiche della vita è ormai impedita: l'uomo si riappropria dell'espressione del suo desiderio.

La vita nella menzogna del potere, infatti, si perpetua solo a condizione dell'universalità: ogni trasgressione, ogni tentativo di vita nella verità la nega come principio e la minaccia nella sua totalità. La vita nella verità non solo restituisce l'uomo a se stesso e gli rivela la realtà come è ma ha anche una evidente dimensione politica costituendone il fondamento.

Una fraternità tra gli uomini, la solidarietà, la ricerca del bene comune ed una soluzione umana dei problemi può compiersi in modo umano solo in questo modo.

by Giorgio Razeto

domenica 21 novembre 2010

L'opera di S.Pietro di Novella per Rapallo portata avanti da don Beppe Culoma

Partiamo da tre consapevolezze: la prima è che il Cuore e la ragione  spingono gli uomini a desiderare e a fare cose grandi. La seconda e che  per un cristiano  l’opera più grande è il cambiamento (conversione), la rinascita dell’io nell’incontro con Cristo e la sua libera appartenenza a Lui. La terza è che l'esperienza cristiana è per sua natura sociale e comunionale.

E' in questo perimetro, ricco di verità e carico di amore,adeguatamente attaccato alla realtà che si inserisce la costruzione dell'Oratorio Parrocchiale voluto a S.Pietro per bambini, ragazzi, giovani e adulti. Costruire un luogo di accoglienza dove si possa vivere l'esperienza di socialità che educhi al bene comune, può solo fare del bene alla città di Rapallo, oltre a rispondere al bisogno di un luogo in cui vivere buoni interessi e al desiderio di educarsi alla vita buona.

Un luogo che abbia non nelle strutture, ma in vere figure educative il riferimento forte di ogni progetto: l’oratorio non può mai diventare solo luogo: deve sempre essere e restare incontro di persone, spazio di proposta, luogo in cui le persone escono diverse da come sono entrate, perché arricchite da una proposta che le ha aiutate ad essere più ricche.
Don Culoma ha sottolineato più volte la duplice valenza della realizzazione dell'oratorio:
da una parte permette alla comunità locale di non limitare la sua vita ai momenti liturgico-sacrali e dall'altra di favorire un'integrazione delle famiglie che vi abitano. E' evidente che coloro che abitano a S.pietro sono avvantaggiati dall'avere una casa che offre opportunità d'incontro e di dialogo. Dall'altra parte è un valido sostegno a tutte le necessità della locale comunità, non ultime quelle economiche. per tutti gli amici che partecipano alla vita comunitaria è inoltre la possibilità di un punto di riferimento, di aiuto e di educazione alla comunione.


Per questi motivi guardiamo al costruendo Oratorio di San Pietro con "curiosità ", per la proposta che l'opera sarà in grado di portare alla comunità di Rapallo e "desiderio" che tale opera possa diventare occasione di approfondimento di una esperienza di fede personale e comunitaria e testimonianza della concretezza della chiesa oggi.


Ci permettiamo di segnalare che chiunque fosse interessato a conoscere meglio i dettagli dell'opera e volesse sostenerla concretamente anche con iniziative per raccogliere fondi da destinare al completamento della costruzione, può contattare direttamente don Culoma sia in parrocchia che su Facebook al seguente indirizzo: (don Beppe Culoma) http://www.facebook.com/profile.php?id=100001756367760&ref=ts

venerdì 19 novembre 2010

tutte le scuole sono pubbliche!

TUTTE LE SCUOLE sono pubbliche, alcune statali, alcune comunali, altre paritarie (gestite da privati ma sempre seguendo IL PROGRAMMA DEL MINISTERO DELLA P.I.).Chiamasi pubblico ogni bene materiale o immateriale accessibile a tutte le persone. I bar sono locali pubblici, come teatri e cinema (ma gestiti da privati) Il trasporto si chiama 'pubblico' anche se ora è gestito da privati. Le banche sono luoghi pubblici (e non appartengono certo allo Stato!)Detto questo:

Allo Stato un alunno di scuola per l’infanzia costa 6.116 euro, un alunno di scuola primaria 7.366, uno studente della secondaria di primo grado 7.688, uno studente della secondaria di secondo grado 8.108. E' interessante confrontare queste cifre con quanto lo Stato spende per gli studenti che frequentano le scuole PARITARIE, le quali fanno parte, per legge dello Stato, del sistema nazionale di istruzione. Questi sono i numeri: scuola dell’infanzia 584 euro, scuola primaria 866 euro, scuola secondaria di primo grado 106 euro, scuola secondaria di secondo grado 51 euro. Allora, quanto risparmia lo Stato per il milione di studenti che non frequenta le statali? Quanto dovrebbe spendere in più se tutte queste scuole dovessero chiudere e gli studenti passassero alle statali? Risposta: più di seimila milioni di euro. Ci sono famiglie che pur di scegliere la scuola che ritengono più educativa per i propri figli (i genitori sono LIBERI di scegliere l'educazione dei figli COME negli altri Paesi europei!) rinunciano a cose di cui altri ritengono di non poter fare a meno. Ci sono famiglie che mettono i figli alla ‘privata’ perché offre di più:ad esempio mettono i figli alle medie private perché lì mangiano e fanno i compiti e sono al sicuro fino alle 17,30. Ma la scuola aiuta le famiglie chiedendo solo una quota-mensa. La differenza viene prelevata dal fondo costituito con le rette INTERE dei genitori più abbienti. Tanto è pubblica quella scuola paritaria che ospita alunni musulmani e alunni non battezzati (nessuno chiede nulla!)

venerdì 12 novembre 2010

Una Rapallo a misura d'uomo, un metodo ed un obiettivo


Prossimamente l’amministrazione rapallese sarà chiamata a programmare, anche in vista dell’approvazione del Bilancio, il programma delle opere pubbliche per il prossimo triennio, abbiamo chiesto al Presidente del Consiglio del Comune di Rapallo di illustrare alcuni aspetti prioritari che l’amministrazione intende affrontare.

D: Presidente, la città di Rapallo necessita evidentemente di interventi sulla viabilità e sul traffico, interventi non facili ma necessari ed indispensabili; questa amministrazione, come intende affrontare questo problema?

R: Il problema della viabilità può e deve essere affrontato direttamente e indirettamente, le azioni possibili sono molte ma, viste le sempre minori finanze degli enti pubblici locali, occorre scegliere quella con minor impatto economico a fronte di una efficacia in tempi ragionevoli, pertanto uno degli interventi che si intendono realizzare è quello relativo alla formazione di nuovi parcheggi interrati, che permetterebbe una migliore fruizione degli spazi per studiare una nuova viabilità.

D: avete pensato a qualche soluzione concreta per la creazione di parcheggi di questo tipo? E che impatto potrebbero avere sulla città?

R: La soluzione che l’amministrazione intende attuare è la realizzazione di parcheggi interrati da realizzarsi nella zona del campo Macera, intervenendo direttamente sotto il campo stesso e nelle zone immediatamente  antistanti, con riqualificazione delle stesse. Questo intervento consentirebbe la realizzazione di un notevole numero di posti auto conseguendo l’obiettivo di liberare il centro cittadino dalle vetture, permettendo così l’allargamento dei marciapedi e ottenere una nuova viabilità.

D: questo intervento avrà un impatto economico molto elevato, come intendete sostenerlo?

R: Effettivamente l’intervento per la realizzazione dei parcheggi comporta una serie di opere che incidono in modo importante dal punto di vista economico. Per quanto riguarda questo aspetto , l’unica possibilità per poter realizzare i parcheggi interrati e tutti gli interventi con unica progettazione nell’area del Macera è l’utilizzo della procedura in Project Financing con la realizzazione di una parte di parcheggi interrati in proprietà privata ed una parte pubblica (più consistente) allo scopo di far fruttare a singoli investitori e alla comunità un bene come l’area del Macera

D: E i ragazzi che giocano a pallone smetteranno di giocare per un lungo tempo?

R: Siamo coscienti che per un certo periodo l’utenza non potrebbe contare sull’utilizzo dell’attuale infrastruttura del Macera. Per questo motivo, tenuto conto delle esigenze di tutte le realtà sportive, sarà prevista la sistemazione di un secondo campo sportivo, solo con le infrastrutture essenziali, in tempi davvero rapidi (al Poggiolino con annesso Parking in via esclusiva per gli utenti), che risolverebbe il problema e, una volta terminati gli interventi al nuovo Macera, rimarrebbe un campo satellite, regolamentare, utilizzabile per gli allenamenti.


D: Sono premesse preelettorali o veri impegni?


R: A questo proposito evidenzio la necessità di valorizzare e rafforzare tale operazione che consentirà di rispondere in contemporanea, con unica grande azione, a due problematiche storiche e vitali per la nostra città, aprendo una prospettiva ed un impegno politico irrinunciabile anche per le prossime amministrazioni che si avvicenderanno.

domenica 31 ottobre 2010

perché ci interessa la politica

Ogni circostanza è una provocazione che ci spinge a considerare ciò che abbiamo di più caro nella nostra vita. A motivo di questo, tutto ci interessa!Quindi anche la politica, che è lo strumento di cui gli uomini dispongono per perseguire il bene comune, il bene per tutti.Chiediamo che questo desiderio del bene comune si riaccenda in tutti noi, che siamo sempre più preda dell’individualismo. E poi lavoriamo per costruire rapporti con le persone (politici e non) che hanno questo stesso orizzonte, che siano persone desiderose di servire un popolo e non i propri interessi.La prima vittoria è che si desti in noi un’inquietudine – non stare tranquilli – non suscitata dalla rabbia o per il malessere dovuto alla mancanza di una classe politica adeguata, ma dal desiderio che gli uomini possano incontrare un’esperienza di bene. Che questo desiderio metta al lavoro ognuno di noi personalmente, senza delegare ad altri, ma costruendo dovunque un pezzo di mondo nuovo. Solo per questo ci interessa la politica! Ma è davvero “solo”?

martedì 26 ottobre 2010

Per una politica ambientale organica, a proposito dell’intervento del Presidente del consiglio comunale di Rapallo, dott. Roberto Spelta

            La politica è per il bene comune, le cui esigenze sono connesse al rispetto e alla promozione integrale della persona e dei suoi diritti fondamentali.
            Tali esigenze comprendono, tra l’altro, la salvaguardia dell’ambiente.
            Scriveva William Faulkner: «Il difetto di questo mondo è che non è terminato. L’opera non è completa, non al punto che l’uomo possa metterci la firma in calce e dire: 'È terminato. L’abbiamo creato, e funziona. Perché soltanto l’uomo può completarlo. Non Dio, l’uomo. E’ sommo destino dell’uomo e prova della sua immortalità, che a lui appartenga la scelta tra porre fine al mondo, cancellarlo dai lunghi annali del tempo e dello spazio, o completarlo. Ciò non soltanto è suo diritto, ma anche suo privilegio» (discorso che Faulkner pronuncia davanti ai diplomandi di un college nel 1953 in William Faulkner - W.F. Scritti, Discorsi, Lettere, Il Saggiatore, 2010, pag. 324).
            La messa in pratica di politiche di tutela dell’ambiente ha a che fare anche con la nostra responsabilità nei confronti delle future generazioni. Anche questo aspetto qualifica il problema in senso morale. C’è un principio nella dottrina sociale della Chiesa che si chiama “destinazione universale dei beni” secondo il quale tutti i beni del creato sono destinati a tutti, compresi i nostri figli e nipoti. C’è quindi un dovere di lasciare loro in eredità un ambiente abitabile e che essi possano a loro volta umanizzare e adoperare per il loro sviluppo.
            Non dobbiamo pensare di lasciare ai nostri figli la natura così come l’abbiamo trovata noi ma neppure dobbiamo pensare di lasciarla completamente devastata ed inquinata in modo irrimediabile. Si tratta di due estremi entrambi scorretti. Occorre, evidentemente, un equilibrio.
            La natura costituisce un dato e per il credente un dono di Dio che egli può e deve responsabilmente utilizzare per soddisfare i suoi legittimi bisogni.
            L’uomo, tuttavia, deve ricordare che la modalità con cui tratta l’ambiente riflette la modalità con cui tratta se stesso. Per salvaguardare la natura e perseguire un sano sviluppo ancora una volta non bisogna dimenticare che il problema decisivo è la posizione iniziale con cui si guarda il mondo.
            Osserva Benedetto XVI: «Se non si rispetta il diritto alla vita e alla morte naturale, se si rende artificiale il concepimento, la gestazione e la nascita dell'uomo, se si sacrificano embrioni umani alla ricerca, la coscienza comune finisce per perdere il concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale. È una contraddizione chiedere alle nuove generazioni il rispetto dell'ambiente naturale, quando l'educazione e le leggi non le aiutano a rispettare se stesse» (Benedetto XVI, Caritas in veritate).
            Il privilegio di potere completare il mondo si collega inscindibilmente con il modo di concepire la persona in se stessa e in relazione con gli altri. Quando si avvilisce la persona anche la società e l’ambiente ne risentono inevitabilmente.
            Di questo occorre sempre tenerne conto, anche quando si deve decidere su di un depuratore.

Giorgio Razeto

lunedì 25 ottobre 2010

Obiezione di coscienza, libertà di autodeterminazione e aborto


Il fatto
                Giovedì 7 ottobre l'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa ha respinto il Rapporto del deputato britannico Christine McCafferty, in cui si chiedeva di limitare i diritti fondamentali dei cittadini all'obiezione di coscienza, soprattutto nei confronti di chi, lavorando nel settore sanitario, non intende partecipare a pratiche quali l'aborto o l'eutanasia.
                Il Consiglio d’Europa ha ribaltato i termini della questione sottoposta al suo esame. È sufficiente considerare che il titolo assegnato dalla relatrice Christine McCafferty al documento oggetto di discussione era: “L’accesso delle donne alle cure mediche legali: il problema del ricorso non regolamentato all’obiezione di coscienza”.
                Sia chiaro che l’espressione “cure mediche legali” è solo un modo raffinato per dire aborto. La McCafferty e le lobbies abortiste tentano da tempo di costruire il concetto di diritto di aborto come espressione del diritto alla salute riproduttiva.
                La stessa Organizzazione delle Nazioni Unite appoggia piani anti povertà, di sviluppo e di procreazione responsabile fondati sulla necessità di «eliminare» il maggior numero di gravidanze possibili. È una logica perversa secondo la quale il modo migliore di ridurre le morti per parto e le morti di infanti non è di migliorare le cure che le madri e i bambini hanno a disposizione, o la qualità e il numero dei dottori, o le strade per arrivare agli ospedali, ma semplicemente di ridurre il numero delle gravidanze attraverso aborti e anticoncezionali.
                L’obiezione di coscienza costituisce evidentemente un grave ostacolo a tale indirizzo.
                Nel documento della parlamentare Christine McCafferty si lamentava una mancanza di regole o un’inadeguata applicazione di quanto stabilito sull’obiezione di coscienza in molti Stati, tra cui anche l’Italia. Secondo quanto sostenuto dalla parlamentare inglese questa situazione porterebbe a un mancato equilibrio tra il diritto alla libertà del personale sanitario e quello della donna ad accedere all’aborto.
                Il documento, tuttavia, è stato bocciato ed al suo posto, il 7 ottobre, è stato adottato in sede parlamentare un nuovo testo, che dopo la discussione e il voto in aula è stato intitolato: “Il diritto all’obiezione di coscienza nelle cure mediche legali”.
                La risoluzione adottata (n 1763/2010) afferma che nessun ospedale, struttura sanitaria o persona può essere oggetto di pressioni, ritenuta responsabile o subire discriminazioni di alcun tipo per il rifiuto di praticare o assistere un aborto, eutanasia o qualsiasi atto che possa provocare la morte di un feto umano o embrione!
                È stato inoltre cancellato il richiamo all’obbligo per i medici di informare i pazienti su tutte le opzioni di cura disponibili, indipendentemente dal fatto che tali informazioni possano indurre il paziente a seguire una cura a cui l’operatore sanitario obietta.

Una situazione paradossale
                L’attacco contro il principio dell’obiezione di coscienza può apparire paradossale, tenuto conto dell’ampia tutela giuridica di cui gode sia a livello nazionale che sovranazionale.
                Sul fronte interno, l’obiezione di coscienza trova riconoscimento attraverso il diritto alla libertà di pensiero!, alla libertà religiosa, all’uguaglianza e al divieto di discriminazione.
                Gli stessi valori ritroviamo nel diritto internazionale a cominciare dalla Dichiarazione Universale del 1948 e dalla Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici
A livello europeo, ricordiamo la Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (Roma, 1950) e la Carta fondamentale dei diritti dell'unione europea (proclamata una prima volta il 7 dicembre 2000 a Nizza e una seconda volta, in una versione adattata, il 12 dicembre 2007 a Strasburgo.
                Sul fronte culturale, d’altro canto, si assiste al ruolo sempre più decisivo del principio di autoderminazione, che spinge le pubbliche autorità a riconoscere rilevanza sociale e giuridica alle istanze più personali e particolari delle persone.
                Più aumenta la rilevanza che l’autorità dà alla coscienza di ogni singolo uomo, ed al suo libero sviluppo, quale principale criterio di riferimento per l’individuazione di nuove pretese tutelate, più si riscontra la tendenza ad una limitazione della medesima coscienza nel suo rapporto con l’autorità, ad una compressione del diritto di ciascuno di obiettare alla legge scritta.
                Non può essere dimenticata la recente delibera della Giunta della Regione Puglia del 25 marzo 2010, con la quale i medici obiettori di coscienza venivano esclusi dai consultori ambulatoriali. Il TAR della Puglia, con la sentenza n.3477 del 2010, ha annullato il provvedimento della giunta Vendola, ed ha precisato che impedire la presenza di medici obiettori nei consultori “viola il principio costituzionale di eguaglianza di cui all’art. 3 Cost., oltre che i principi posti a fondamento della obiezione di coscienza (libertà religiosa e di coscienza ex art. 19 Cost. e libertà di manifestazione dei pensiero di cui all’art. 21 Cost.).
                La vicenda giudiziaria, pur conclusasi positivamente, mostra la costante pressione esercitata su questo fondamentale principio.

Le ragioni di una fragilità
                Le ragioni dell’erosione del diritto all’obiezione di coscienza dipendono, a mio giudizio, da una serie di fattori concomitanti.
                Innanzi tutto, la scissione della libertà dalla verità. L’impossibilità di un pensiero forte, determinato dal depotenziamento della ragione, ritenuta incapace di pervenire a certezze morali, ha provocato l’abbandono della verità in favore della libertà.
                L’uomo si ritiene libero di progettare la propria esistenza in modo autonomo, costruendo a suo piacimento la gerarchia di valori personali e sociali. Qualsiasi punto di vista è legittimo e merita rispetto, per cui il pluralismo etico, la molteplicità di progetti di vita buona rappresenta non solo una situazione di fatto in attesa di definizione ma una condizione di diritto cioè una scelta di valore.
                Il fatto è che tutti questi punti di vista valgono solo nell’ambito privato ma di per sé non hanno rilevanza pubblica.
                La mancanza del nesso con la verità, l’esaltazione del principio di autonomia ed il conseguente pluralismo, in ultima analisi, causano l’isolamento del singolo che si trova indifeso davanti al potere.
                La politica, in questa prospettiva, esercita una sovranità senza giustificazione, in quanto non sono riconosciuti valori oggettivi precedenti o superiori al potere. Quest’ultimo si esprime nella decisione o volontà arbitraria come potere sulla vita biologica, ridotta ad oggetto della sua disponibilità. In definitiva, è il potere che decide sui diritti dell’individuo.
                Si comprende così la fragilità del diritto all’obiezione di coscienza. In un contesto culturale pluralista/relativista la coscienza del singolo, i suoi valori, valgono solo in quanto trovino valorizzazione da parte della mentalità dominante, del potere.
                Un riscontro sul piano giuridico è dato dalla dottrina positivista, che tende ad identificare il diritto con la legge (in senso formale): il diritto vige se e solo se è previsto da una norma di legge. L’obiezione di coscienza, quindi, ha valore giuridico solo se è prescritta, se positivamente posta mediante una norma.
                Particolarmente significativo è il secondo comma, dell’art. 10 della Carta fondamentale dei diritti dell’Unione Europea: “Il diritto all'obiezione di coscienza è riconosciuto secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio”.
                Quando i diritti non trovano altro fondamento che la volontà del legislatore (che rappresenta il potere politico dominante) non vi è alcuna garanzia della loro inviolabilità. L’«Osservatore Romano», prima ancora della pubblicazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il 15 ottobre 1948, osservò profeticamente: «Non è dunque Dio, ma l’uomo che avverte gli umani che sono liberi ed uguali, dotati di una coscienza e di una intelligenza, tenuti a considerarsi come fratelli. Sono dunque gli uomini stessi che si investono di prerogative delle quali potranno arbitrariamente spogliarsi».

Riprendere la strada della verità
                È evidente, a questo punto, che senza un radicamento nella verità, la libertà dell’uomo si riduce ad una decisione arbitraria, frutto di una coscienza insindacabile ed autoreferenziale.
                Fuori dalla verità, nessuna regola del vivere comune è giustificabile se non in termini di potere, di rapporti di forza storicamente dati.
                Bisogna riconoscere il carattere decisivo della coscienza come luogo della persona in cui si realizza l’incontro con la verità, dove «l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male…».
                In altre parole, solo assicurando un fondamento ontologico al diritto di obiezione di coscienza, riportandolo alla persona stessa, è possibile assicurare il fondamentale diritto del cittadino a respingere le prescrizioni delle autorità civili contrarie alle esigenze dell’ordine morale o ai diritti delle persone.

 Giorgio Razeto